cucina

Pane fresco o congelato? Qual è la scelta migliore per la digestione

Comprare il pane fresco è un’attività quotidiana per milioni di italiani. C’è chi si accontenta di quello disponibile nella grande distribuzione e chi va alla ricerca del forno di qualità, che offre prodotti lavorati con materie di alta qualità e questo si vede anche dal fatto che dura molti più giorni. Tuttavia, c’è anche chi è solito congelare il pane, in modo tale da averlo a disposizione nei periodi successivi. La risposta glicemica del pane (la velocità con cui gli amidi si scompongono in zuccheri) varia quando viene congelato, scongelato e tostato, rispetto al pane fresco.

Anche quando il pane è cotto da scongelato, gli amidi non possono tornare al loro stato originale, diventando meno digeribili. Questo non è un male però, perché una percentuale più alta di amido “resistente” significa che il pane una volta congelato viene digerito più lentamente dal corpo, causando un picco di zucchero nel sangue più delicato rispetto al pane fresco e riducendo potenzialmente il rischio di tipo 2 diabete. “L’amido resistente significa che meno calorie vengono assorbite dal tuo corpo e quindi più sono disponibili per il tuo microbioma (i batteri intestinali), dando ai batteri” buoni “qualcosa di cui nutrirsi e proliferare”, spiega al Daily Mail il dottor Michael Mosley, grande fan del pane congelato.

Ricordiamo anche che il pane integrale è alleato nella prevenzione del diabete. I cereali integrali proteggono dalla malattia poiché riducono i livelli di serotonina, ovvero il cosiddetto ‘ormone del buon umore’, prodotto in gran parte dall’intestino. La serotonina è un neurotrasmettitore che, a livello intestinale, regola la digestione, mentre a livello del sistema nervoso centrale regolare l’umore, il sonno e l’appetito. Alti livelli di serotonina siano associano a livelli di glicemia più alti, una maggiore resistenza all’insulina e obesità. Le fibre contenute nei cereali integrali possono inibire la produzione di serotonina dall’intestino, probabilmente attraverso una modifica della composizione della flora batterica intestinale, un incremento della loro fermentazione e la produzione di acidi grassi. Lo ha evidenziato uno studio del 2019 pubblicato sull’American Journal of Clinical Nutrition. Foto di fancycrave1 da Pixabay.

Silvia_Di_Pasquale

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